Ho insegnato a una macchina a scrivere come me
Se non lo facessi sarei un folle. Ma in tutto questo c’è un momento che non mi lascia tranquillo, e non è quello che immagini
Qualche settimana fa un file è sparito. Un reset del sistema, una cartella svuotata, cose che succedono. Solo che dentro quel file non c’era un documento di lavoro qualsiasi: c’erano le regole per scrivere come farei io.
Come apro un articolo, quale ritmo tengo, cosa non scrivo mai. L’avevo costruito nel tempo, correzione dopo correzione, perché l’AI che uso smettesse di propormi testi che mi somigliavano poco.
Così mi sono ritrovato a fare una cosa strana: dettare a una macchina le istruzioni per essere me. Apri con una scena, non con la tesi. Una sola metafora per pezzo. Niente superlativi. La SEO è femminile, sempre. Chiudi con una domanda che stimoli un commento, rivolta a chi legge. Riga dopo riga, la mia voce si lasciava comprimere in un recinto. Poche decine di righe, e la macchina ha ricominciato a scrivere in un modo che riconosco come mio.
Lo dico senza girarci intorno, perché è la premessa di tutto il resto: sì, scrivo con il supporto dell’AI, ed esiste un file che descrive il mio stile. Faccio questo mestiere, passo le giornate a misurare come le macchine leggono e riscrivono i contenuti dei brand. Se non usassi questi strumenti per i miei testi sarei un folle. E, soprattutto, molti dei pezzi che pubblico non esisterebbero proprio. Non perché non li ritenessi importanti, ma perché il tempo, semplicemente, non basta. Il punto di questo pezzo non è confessarlo. È quello che ho capito ricostruendo quel file.
Il calco e l’originale
Quel file è un calco. Non è la mia voce, è la forma in negativo che la mia voce lascia quando ci passa sopra abbastanza volte. E come ogni calco fatto bene, produce copie convincenti: chi legge un testo uscito da quel processo, dopo le mie revisioni, legge me.
La paura che ci si aspetta a questo punto è quella del furto: la macchina ti prende la voce, e prima o poi qualcuno la userà senza di te. È una paura legittima, e non è la mia. Il momento che mi ha davvero messo a disagio è arrivato mentre rileggevo quelle poche decine di righe che finalmente funzionavano. Perché se un calco così piccolo basta a produrre testi che riconosco come miei, la domanda si sposta: quanto della mia voce era davvero irriducibile, e quanto era semplicemente un insieme di abitudini comprimibili in una pagina? Non è la macchina che mi imita a inquietarmi. È la mia comprimibilità.
Poi il calco ha ricordato una cosa che non mi è mai successa
La risposta è arrivata da un errore, come spesso capita. Pochi giorni fa stavo lavorando con l’AI a un articolo. Nella bozza, scritta in prima persona, con il mio tone of voice, il mio ritmo e le mie parole, compariva un passaggio in cui raccontavo di aver iniziato a programmare. Era elegante, coerente con il pezzo, perfettamente nella mia voce. Ma era completamente falso.
Io non ho mai programmato. Da ragazzino avevo imparato a creare pagine in HTML, che è una cosa molto diversa. Per chi legge probabilmente è un dettaglio insignificante. Per me no. L’ho riconosciuto subito, e in quel momento ho capito dove stava la differenza che cercavo.
Il calco sa come scrivo, ma non sa cosa mi è successo. Può riprodurre il ritmo, non la biografia. E soprattutto non risponde di niente: se quella frase fosse uscita con la mia firma, il conto sarebbe arrivato a me.
Una voce non appartiene a chi sa riprodurne lo stile. Appartiene a chi è disposto a rispondere di quello che ci scrive sotto. Il file può imparare le mie regole. Non può firmare al posto mio.
La parte che non posso addolcire
Sarebbe comodo chiudere qui, con l’autenticità che vince. Ma devo essere onesto su un dato che rende tutto meno rassicurante: quella frase l’ho riconosciuta io, perché la mia storia la conosco io. Un lettore non avrebbe avuto strumenti per accorgersene. Era plausibile, ben scritta, emotivamente giusta.
Naturalmente nemmeno questo risolve tutto. Anche noi deformiamo i ricordi mentre li raccontiamo. La differenza non è che una persona possieda sempre la “vera” versione dei fatti o sia perfettamente allineata alla realtà. È che può essere chiamata a rispondere delle storie che sceglie di pubblicare.
La differenza tra la voce e il calco esiste, ma è visibile quasi soltanto dall’interno, e un mercato dei contenuti che premia la plausibilità non ha grandi incentivi a cercarla.
Quindi no, non ti dirò che l’autenticità si sente sempre, perché non è vero. Ti dirò come stanno le cose: là fuori circolano già testi in prima persona che raccontano, con voci perfette, cose mai accadute a nessuno.
L’unico presidio rimasto è la persona che, prima di pubblicare, si chiede se risponderebbe di ogni riga davanti a chi la conosce davvero.
E allora chiudo passandoti il disagio. Dell’ultimo contenuto che hai pubblicato, quante righe supererebbero quella prova? Non la prova dello stile, quella il calco la passa al posto tuo.
L’altra: è successo davvero, lo penso davvero, ci metto la firma davanti a chi mi conosce.
Questo pezzo l’abbiamo scritto il calco e io. La firma, però, è una sola.


